Cassazione Civile, Sez. I, 2 marzo 2009, n. 5010, i cui principi sono richiamati da ultimo in Tribunale Palermo, 16 marzo 2017, n. 1375

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Studio Fusinato
Focus di giurisprudenza a cura di C. Loria, L. Cesaro, A. Fusinato

Cassazione Civile, Sez. I, 2 marzo 2009, n. 5010, i cui principi sono richiamati da ultimo in Tribunale Palermo, 16 marzo 2017, n. 1375

 
OGGETTO: Contratti pubblici. Spese generali. Distinzione tra spese generali fisse e variabili. Risarcimento del danno.
 
Sono rare le pronunce della Corte di legittimità sul tema in esame, perché sino all’entrata in vigore della legge n. 190/2012 – che ha vietato il ricorso all’arbitrato in assenza di adeguata motivazione – di esso si occupava prevalentemente la giurisprudenza arbitrale e in misura minore quella di merito.
 
Come noto, in tema di appalti di opere pubbliche, le spese generali sono determinate in misura proporzionale rispetto al prezzo dell’appalto, in relazione alla natura ed alla importanza dei lavori, nonché alla durata del contratto. Ne consegue che ad ogni giorno di durata contrattuale corrisponde un determinato onere a titolo di spese generali, che viene sostenuto dall’appaltatore in ogni caso, a prescindere dalla produzione effettivamente realizzata.
 
Ai fini della determinazione dell’importo delle spese generali, occorre, in primo luogo, depurare l’importo netto dell’appalto dalla percentuale di utile (10%) e dalla percentuale complessiva di spese generali (15%). Sul risultato così ottenuto, si individua la percentuale delle spese generali risarcibili e si divide tale nuovo risultato per i giorni di durata contrattuale, in modo da stabilire l’incidenza giornaliera di dette spese.
 
L’importo finale va quindi moltiplicato per i giorni di durata effettiva.
 
Nell’ambito delle spese generali è possibile distinguere tra spese fisse e variabili. Tale distinzione rileva ai fini della risarcibilità dei maggiori oneri derivanti da una sospensione illegittima dei lavori, ossia sospensioni dettate da cause diverse da quelle oggi previste dall’art. 107 del d.lgs. n. 50 del 2016 (in precedenza art. 160, d.P.R. n. 207/2010).
 
Le spese generali fisse sono quelle che l’impresa sopporta in ogni caso, quale che sia lo sviluppo esecutivo dei lavori, non essendo la loro determinazione legata alla ridotta produzione o alla protrazione dei tempi originariamente previsti dal contratto di appalto. Ad esempio, appartengono alla categoria delle spese generali fisse le spese per la sottoscrizione del contratto, per l’imposta di registro, per gli oneri accessori e le spese relative alla formazione ed al ripiegamento del cantiere. Le spese generali variabili, invece, sono quelle direttamente collegate all’esistenza di un cantiere aperto e che si configurano come aggiuntive rispetto a quelle che, di regola, l’impresa deve sostenere. In altri termini, tali costi costituiscono una conseguenza del protrarsi del tempo e della sottoproduzione di cantiere correlate alla sospensione illegittima dei lavori. Ad esempio, sono spese generali variabili quelle inerenti il costo del personale, gli oneri di guardiania e le spese relative al mancato utilizzo dei macchinari e delle attrezzature di cantiere.
 
Pertanto, nel caso di maggiore durata dell’appalto a causa di una sospensione illegittima delle opere, per la determinazione del danno subito dall’impresa si deve aver riguardo alle sole spese variabili e non a quelle fisse, atteso che la protrazione dei termini per l’esecuzione dei lavori rende risarcibili non gli oneri dipendenti dall’esistenza stessa del contratto, ma quelli connessi all’apparato aziendale e di cantiere.
 
La giurisprudenza della Cassazione – ivi compresa la pronuncia in commento – è consolidata nel ritenere che sia necessaria una riduzione della somma da corrispondere a titolo risarcitorio in correlazione al decorso del periodo di sospensione. Ciò in quanto sarebbe illogico liquidare le spese generali in percentuale identica all’inizio della sospensione dei lavori e dopo lunghi periodi di mancata esecuzione delle opere, durante i quali l’organizzazione di impresa può limitare o ridurre l’incidenza negativa di essa, ad esempio con l’uso di macchinari e materiali in altri cantieri o riducendo al minimo la presenza di proprio personale sul posto.
 
Prima della recente emanazione delle linee guida sull’esecuzione del contratto di appalto pubblico (D.M. 7 marzo 2018, n. 49), la misura della percentuale di spese generali risarcibili in caso di illegittima sospensione era fissata al comma 2, dell’art. 160 d.P.R. n. 207/2010 (6,5%); oggi, l’art. 10 del D.M. menzionato, stabilisce che sia il contratto di appalto a dover contenere una clausola penale nella quale le spese generali, per quanto qui rileva, sono fissate al 6,5% e tale risultato “va diviso per il tempo contrattuale e moltiplicato per i giorni di sospensione e costituisce il limite massimo per il risarcimento …”.
 
In definitiva, in presenza di una sospensione illegittima delle opere l’impresa potrà agire in giudizio con un’azione di condanna avverso l’amministrazione al fine di ottenere il risarcimento del danno subito derivante dai maggiori oneri legati alle spese generali, ma l’entità di tale voce di danno (in disparte le ulteriori prese in considerazione dalla norma) dovrà essere calcolata sulla base della durata di detta sospensione e, di conseguenza, tenendo conto della possibilità per l’appaltatore di impiegare diversamente il proprio personale e le proprie maestranze, in conformità ai canoni di correttezza e buona fede che devono sempre ispirare i rapporti tra il pubblico ed il privato (cfr. Trib. Palermo, 16 marzo 2017, n. 1375).
 
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Letto 12 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Febbraio 2019 08:42