TAR Lombardia, Sez. I, 16 agosto 2018 n. 1993

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Studio Fusinato
Focus di giurisprudenza a cura di C. Loria, L. Cesaro, A. Fusinato

TAR Lombardia, Sez. I, 16 agosto 2018 n. 1993

 
OGGETTO: Annullamento da parte del TAR di informativa interdittiva antimafia. Successivo ricorso per il risarcimento dei danni. Presupposti per l’accoglimento e criteri per la quantificazione.
 
La sentenza in argomento appare davvero esemplare, per la sua chiarezza, relativamente al tema del diritto al risarcimento dei danni in favore dell’imprenditore che abbia ottenuto da parte del TAR sentenza di annullamento di interdittiva prefettizia emessa a suo carico.
 
Si riassumono in estrema sintesi i termini essenziali della vicenda.
 
L’impresa A, colpita da informativa interdittiva della Prefettura nel 2012, ne otteneva dal TAR l’annullamento con sentenza del 25 febbraio 2015.
 
Le interdittive annullate erano state fondate sui seguenti due elementi:
  1. rapporti economici, correlati alla costituzione di una associazione temporanea, tra la società A e la società B destinataria di un provvedimento interdittivo;
  2. rinvio a giudizio da parte del GIP nei confronti di un dipendente e procuratore della società A.
 
Il TAR, nella sentenza di annullamento del 2015, aveva rilevato che nelle more del giudizio, l’interdittiva a carico della società A era venuta meno per effetto di successiva rivalutazione della stessa Prefettura, e pertanto residuava soltanto il secondo elemento, costituito dal rinvio a giudizio del procuratore della ricorrente.
 
Da notare che quest’ultimo veniva comunque assolto con sentenza del giudice penale del luglio 2013.
 
Ad ogni buon conto nel 2015, dopo la sentenza del TAR di annullamento dei provvedimenti interdittivi, l’impresa A proponeva un secondo ricorso al TAR per ottenere il risarcimento dei danni subiti in conseguenza degli effetti medio tempore prodotti dai provvedimenti medesimi.
 
Il TAR, con la sentenza in oggetto, ha accolto la domanda risarcitoria, delineando con chiarezza alcuni importanti principi.
 
Innanzitutto ha evidenziato che per il diritto al risarcimento occorrono due elementi: quello eziologico, consistente nel nesso di causalità tra l’accertata illegittimità delle interdittive e il danno prodotto; quello psicologico, consistente in una negligenza non scusabile commessa dall’amministrazione.
 
Quanto all’elemento eziologico, ha affermato che esso è in re ipsa, in quanto l’accertata illegittimità delle interdittive e il conseguente effetto preclusivo sulla attività imprenditoriale incidono inequivocabilmente in modo pregiudizievole sulla sfera giuridica dell’impresa.
 
Quanto all’elemento psicologico la sentenza, in modo ineccepibile, ha delineato i seguenti principi:
  1. all’impresa ricorrente non è richiesto un particolare onere probatorio; essa può limitarsi a rilevare l’illegittimità dell’interdittiva (la prima sentenza del TAR), mentre spetta all’amministrazione dimostrare di essere incorsa in un errore scusabile;
  2. sussiste l’errore scusabile, che esonera da responsabilità l’amministrazione, in una serie di casi particolari quali, a titolo esemplificativo, la presenza di contrastanti pronunzie giurisprudenziali, l’incertezza delle leggi di riferimento, la particolare complessità della situazione di fatto;
  3. il quadro indiziario che l’amministrazione pone a base dell’interdittiva deve essere fondato su più elementi che in modo grave, preciso e concordante, consentano di ritenere ragionevolmente credibile il pericolo di infiltrazione mafiosa;
  4. non è sufficiente, in linea di massima, un unico elemento indiziario, che comunque va sottoposto ad attenta valutazione critica da parte dell’amministrazione (nel nostro caso il rinvio a giudizio del dipendente disposto per reati non di matrice mafiosa);
  5. il rinvio a giudizio di un dipendente dell’impresa non può da solo fondare il provvedimento di interdittiva, occorrendo vari elementi indiziari che in modo grave, preciso e concordante inducano al ragionevole convincimento del pericolo di infiltrazioni mafiose.
 
Nel caso di specie, pertanto, l’amministrazione, avendo agito al di fuori dell’ambito dei principi sopra riassunti, è incorsa in una negligenza non scusabile con conseguente diritto dell’impresa ricorrente al risarcimento dei danni.
 
Relativamente alla quantificazione dei danni risarcibili la sentenza ha escluso correttamente dal risarcimento:
  • le spese sostenute per la difesa, in quanto esse sono quantificate dal giudice che definisce il giudizio e poste a carico della parte soccombente; d’altra parte, se la liquidazione effettuata non è ritenuta soddisfacente, essa può essere censurata con gli ordinari mezzi di impugnazione;
  • il costo per la risoluzione del rapporto di lavoro col dipendente rinviato a giudizio; questo può essere risarcito soltanto se l’interdittiva poggi specificamente sul suo operato;
  • i costi connessi al procedimento di concordato preventivo di natura liquidatoria; questi possono essere riconosciuti soltanto se viene dimostrato che il concordato è dipeso in stretta dipendenza dei provvedimenti interdittivi;
  • il danno curriculare allorché (come nel caso di specie) il concordato è stato determinato dallo stato di crisi dell’impresa e non in modo diretto dall’interdittiva; in difetto di continuità aziendale non può avere rilievo l’impossibilità di utilizzare le referenze derivanti dall’esecuzione degli appalti risolti.
 
La sentenza ha invece riconosciuto il risarcimento, in termini di lucro cessante, commisurato all’utile effettivo indicato nell’offerta con riferimento a ciascuno dei contratti risolti in conseguenza dei provvedimenti interdittivi; il valore ottenuto va decurtato di una prima percentuale (nel nostro caso stimata equitativamente nel 3%), corrispondente al rischio di impresa e di una seconda percentuale (nel nostro caso stimata nel 25%), non avendo l’impresa dimostrato di non avere potuto utilizzare mezzi e maestranze in altri servizi.
 
Quest’ultima decurtazione solleva perplessità, perché in concreto viene da chiedersi come e con quali strumenti probatori l’impresa possa dimostrare di non avere potuto utilizzare mezzi e uomini in altri lavori.
 
Infine la sentenza riconosce il danno all’immagine essendo indiscutibile che l’adozione di un provvedimento interdittivo antimafia illegittimo incida pregiudizievolmente sull’immagine dell’impresa.
 
Nel nostro caso tale danno è stato stimato nella misura prudenziale del 2% del danno patrimoniale riconosciuto, perché l’impresa è stata posta in liquidazione per cause indipendenti dall’interdittiva.
 
Ne consegue che in caso di prosecuzione dell’attività aziendale detta misura può essere assai più elevata, specie allorché il ricorrente fornisca al TAR dati significativi e ragionevoli circa la riduzione di attività prodotta, appunto, dal danno dell’immagine.
 
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Letto 73 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Febbraio 2019 08:01