Consiglio di Stato, sez. III, 5 marzo 2018 n. 1401

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 studio fusinato
Studio Fusinato
Focus di giurisprudenza a cura di C. Loria, L. Cesaro, M. Napolitano
Consiglio di Stato, sez. III, 5 marzo 2018 n. 1401
 
OGGETTO: Informativa interdittiva antimafia. Annullamento in sede giurisdizionale. Richiesta risarcimento dell’appaltatore per l’anticipato scioglimento del contratto. Limiti.
 
La vicenda oggetto della controversia è assai complessa per il numero degli atti adottati dalle autorità amministrative e dei conseguenti giudizi instaurati; si ritiene pertanto opportuno in questa sede circoscrivere in modo immediato il contenuto giuridico della questione e quello della sentenza in argomento, evidenziandone alcuni limiti logici attinenti ad esigenze di giustizia sostanziale.
 
A seguito di informativa interdittiva, l’ente appaltante deliberava la risoluzione del contratto, sia in applicazione della normativa antimafia, sia di clausola risolutiva espressa inserita in contratto per effetto di protocollo di legalità cui lo stesso ente aveva aderito.
 
L’appaltatore proponeva ricorso ed il TAR competente lo accoglieva riguardo all’infondatezza dell’informativa, rilevando che questa era carente nell’indicazione di circostanze obiettive e di indizi che consentissero un ragionevole giudizio probabilistico circa il condizionamento imprenditoriale da parte della criminalità organizzata.
 
In termini più semplici, i fatti e giudizi a base dell’informativa venivano ritenuti inconsistenti.
 
Il TAR rigettava anche la domanda risarcitoria, escludendo la responsabilità dell’ente appaltante, in quanto determinata dall’informativa prefettizia, e quella dell’autorità statale in ragione della complessità della situazione oggetto della sua valutazione.
 
A seguito di impugnazione della sentenza di primo grado, il Consiglio di Stato, con la pronunzia oggetto del presente commento, rigettava l’appello e perciò confermava la sentenza impugnata, così negando il diritto al risarcimento del danno sia nei confronti dell’ente appaltante, sia dell’autorità statale.
 
Con riguardo alla posizione dell’ente appaltante, la sentenza ritiene insussistente la sua colpa (necessaria a fondare un giudizio di responsabilità) per tre ordini di considerazioni:
  1. la discrezionalità dell’amministrazione appaltante non può sindacare la fondatezza delle circostanze esposte dall’autorità prefettizia;
  2. l’amministrazione era doppiamente vincolata per effetto della clausola risolutiva espressa inserita in contratto in aderenza al protocollo di legalità;
  3. ogni spazio di discrezionalità risulta definitivamente eliminato dal d.lgs. n. 159 del 2011 (Codice antimafia) che ha formalmente assegnato all’informativa prefettizia una valenza tipicamente interdittiva.
 
Con riguardo alla posizione dell’autorità prefettizia la sentenza rileva l’assenza di colpa, sia per la complessità del quadro indiziario, sia perché il ricorrente è tenuto a darne dimostrazione in giudizio, cosa che nella fattispecie non è avvenuta.
 
In altri termini, afferma la sentenza, anche qualora (come nel nostro caso) le conclusioni dell’autorità prefettizia siano ritenute illegittime dal Tribunale, ciò non comporta l’automatica illiceità dell’operato dell’Autorità di pubblica sicurezza (dovendo il privato darne prova mediante la dimostrazione della colpa).
 
L’assunto lascia davvero stupiti per più ordini di considerazioni.
 
La colpa è, infatti, “in re ipsa” ove si consideri l’avvenuto annullamento dell’informativa da parte dell’autorità giudiziaria.
 
In secondo luogo, in termini sostanziali, la complessità del caso non può di certo costituire motivo di esonero da responsabilità, perché proprio in queste ipotesi l’autorità dovrebbe propendere per decisioni più prudenti o per supplementi di istruttoria, a fronte di posizioni del privato suscettibili di subire conseguenze gravi ed a volte irrimediabili.
 
In terzo luogo va considerato che nei casi in questione, a fronte di un comportamento illegittimo dell’autorità (perché ritenuto tale dal giudice), il privato resterebbe totalmente privo di tutela, in dispregio al principio generale costituzionalmente garantito; in altri termini, la complessità del caso gli negherebbe il risarcimento, avallandosi così il singolare concetto di giustizia casuale.
 
Infine non si comprende davvero che tipo di prova debba o possa dare il privato in giudizio circa la colpa dell’autorità; questa è intrinseca nel giudizio di annullamento del provvedimento che di fatto sta ad indicare che lo stesso non avrebbe dovuto essere emesso.
Per quanto detto si ritiene auspicabile un serio ripensamento sulla questione da parte della giurisprudenza amministrativa.
 
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Letto 62 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Giugno 2018 15:24